La prima cosa che devi fare quando arrivi in città è prendere in mano

“La mappa di Palermo”

Già, proprio così, non puoi farne farne a meno; è un gesto indispensabile. Fallo senza esitare se vuoi trovare risposte alle tante domande che inonderanno la tua mente osservando stupito il caos cittadino. Palermo è come un labirinto: strade strette e tortuose, che salgono e scendono, si alternano ad altre ampie e dritte come rette. Tutte si incrociano e disegnano l’albero ramificato del paesaggio palermitano. Devi impararne la gerarchia e la direzione se non vuoi perderti e ritrovarti più volte a girare in tondo sullo stesso punto. In fin dei conti, però, è più semplice di quanto si possa immaginare orientarsi in questo pout pourri urbano.Lo stesso caos, tanto danna alcuni, quanto diverte altri (io sono tra questi). Se non ti vuoi perdere, infatti, è necessario orientarti seguendo l’andamento delle tre grandi vie che si intersecano (corso Vittorio Emanuele II, via Maqueda, via Roma e ).

Di queste vie, solo la prima si è originata con Palermo. Di fatto, il Cassaro (così è chiamata la via) ne è la spina dorsale. Con il suo andamento rettilineo dal mare sino ai monti, segna un ordine originario perduto e mai più tornato a Palermo, neanche in seguito allo sventramento provocato dalle altre due arterie. Via Maqueda e via Roma hanno ignorato i rilievi e gli antichi edifici creando il famoso asse a croce che divide Palermo nei suoi 4 mandamenti protetti da Santi, Re e divinità olimpiche ai Quattro Canti. Una volta capito questo, è sufficiente dirigersi verso uno di questi assi viari principali per poter ritrovare “la retta via”.

Cercare oggigiorno le origini e le tracce di tale caos non è semplice. Mille cambiamenti intervenuti hanno smantellato e modificato la natura del luogo e gli edifici precedenti. Solo occhi attenti possono cogliere una miriade di fragili indizi sparsi in giro, a volte mimetizzati ed inglobati nel caso, altre volte abbandonati al tempo. Però, ci sono, e sono tante.

Quando ti troverai di fronte ripidi scalini che salgono verso una chiesa in pieno centro, chiediti sempre il perché di una scelta così ardita. Ogni volta che noterai qualcosa di stratificato nel tessuto urbano, ma apparentemente stonato nell’insieme, ecco, lì soffermati. Lo stesso vale se vedi tratti di mura crollati o strane curve tra la maglia della città. Tutti questi elementi ci raccontano una storia fatta di cambiamenti e ripensamenti. Una lunga sedimentazione polverosa, fatta di lotte intestinali tra potenti, di ricchezza e povertà, di opulenza e paura del nemico alle porte. La storia di Palermo è nella sua mappa.

I fondatori, quei fenici che avevano occupato le coste occidentali dell’isola, intuirono certamente la posizione invidiabile di quel luogo per i loro commerci. Un’ampia insenatura penetrava il golfo, lì dove l’acqua di due fiumi finiva in mare lasciando lentamente ma inesorabilmente detriti che accumulandosi hanno modellato l’odierna Cala. Di quella collinetta in biocalcarenite (la pietra giallastra che tanti per errore confondono con il tufo) non è facile coglierne le forme, anche se alcuni scavi archeologici lasciano trasparire quell’aspetto originario. I due fiumi, il kemonia (wadi al-satawi, Flumen hiemale, Fiume del Maltempo) e il Papireto, invece tagliavano questo banco roccioso con acque dal ritmo incostante, dettato dalle piogge che si abbattevano sulla città.

Oggi i fiumi urbani apparentemente sono scomparsi. Qui, vieni in tante altre città, le bonifiche hanno finito per interrarne il greto. Hanno trasformato i fiumi in strade ben riconoscibili sulla mappa. Chiare anomalie evidenziano due corridoi laterali che separano i quartieri interni da quelli esterni. In alcuni tratti sono ancora visibili lacerti più o meno grandi di mura antiche. Delle numerose porte medievali, invece, rimangono poche tracce, da ricercare proprio seguendo l’andamento dei fiumi e dell’antico nucleo del qasr‘ (Cassaro, cittadella fortificata) di memoria araba, a sua volta riflesso di più antichi insediamenti. Alla foce, infine, vi era La Porta di Mare (Bab al bahar) che oggi conosciamo solo dalle fonti scritte. Da quanto sappiamo si trovava nei pressi di una torre poi trasformata in abitazione.